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La smart city non basta più. È tempo di «safe city»

Feb 8, 2021

Ripensare le città. E farlo, adottando l’approccio dell’Open Innovation. È questa una delle sfide lanciate da Covid-19 il cui arrivo ha fatto emergere, talvolta in modo drammatico, tutte le criticità e i limiti di infrastrutture, ambienti e stili di vita dettati da modelli tradizionali, in molti casi obsoleti. Una sfida che Design Tech Hub, il primo Hub per l’innovazione nel settore Design che nascerà al MIND (il Milano Innovation District nell’ex area Expo), ha raccolto stilando il white paper “DesignTech for future”, un documento che propone nuove linee guida per la convivenza sociale e nuovi modelli per gli spazi da vivere.

Frutto dei contributi di studi di architettura e design nazionali e internazionali, affiancati da imprese e professionisti che spaziano dal mondo della ristorazione a quello della scuola e della sanità, il paper si rivolge a istituzioni e operatori del mercato offrendo spunti concreti per la costruzione delle nuove città. Città che, secondo gli esperti, dovranno passare dall’ottica della “smart city” a quella della “safe city”. Parole chiave: sicurezza, salute, benessere, sostenibilità.

«La grande sfida delle rigenerazioni urbane – affermano gli esperti – sarà coniugare il bisogno di densità e di efficienza, con la necessità di creare spazi e ambienti sicuri dal punto di vista sanitario, ripristinando un senso di tranquillità nelle persone e ponendo attenzione a tutti quei parametri che influiscono sul loro benessere, come la qualità dell’aria e dell’acqua, il comfort termico, luminoso e acustico o l’alimentazione».

Negozi piccoli, camerini virtuali

Dal real estate all’education, dalle abitazioni agli uffici, dai luoghi della salute ai ristoranti, dal mondo retail a quello dell’accoglienza: gli esperti immaginano città molto diverse dalle attuali megalopoli, in cui attività come lavoro, tempo libero, trasporti subiranno un profondo cambiamento. Ciò che dovrà sopravvivere e anzi, dovrà essere valorizzata, è l’esperienza. Così, i grandi centri commerciali lasceranno il posto a negozi su strada di medie dimensioni che ricreeranno una dimensione a metà tra reale e virtuale. Le vetrine – sia fisiche che online – saranno sempre più importanti, così come la capacità di ripensare gli spazi e i servizi. Si pensi, ad esempio, ai classici camerini di prova: nel comparto del lusso, prevarrà lo shopping su appuntamento, dando la possibilità di sanificare i capi e di mantenere le distanze di sicurezza. Nel mass market, invece, si stanno sperimentando sistemi di fitting room virtuali, con la creazione di avatar per simulare la prova dei capi.

Nell’hospitality verrà posta ancora più attenzione alla privacy, con sale separate anche nelle aree comuni, e le camere saranno pensate non solo per il riposo, ma anche per il lavoro. Si parla, infatti, di “officetel”, ossia di una combinazione tra spazio ufficio e spazio ricettivo. Le catene alberghiere potranno inoltre introdurre soluzioni di utilizzo ibrido, in modo tale che le camere siano occupate potenzialmente tutto il giorno, e non solo la sera.  Saranno inoltre ripensati gli impianti, con sistemi di filtraggio più efficienti, e le facciate, che verranno disegnate non solo a tenuta d’acqua e temperature, ma anche d’inquinamento. Al pari delle stelle di categoria, inoltre, i clienti valuteranno il grado di sicurezza della struttura in base alle “certificazioni di igiene”. L’ospitalità sarà quindi sempre più associata all’idea di benessere.

Sanità connessa, diffusa e territoriale

Ma molti altri sono i settori in trasformazione. I ristoranti, ad esempio, sperimenteranno accessi separati per il delivery e la consumazione sul posto, ottimizzando acquisti e lavorazioni comuni. Gli ospedali investiranno ancora di più in telemedicina e digitalizzazione, puntando sul modello della sanità diffusa e territoriale. Nelle palestre, le tecnologie digitali regoleranno le prenotazioni e guideranno gli utenti nello svolgimento delle attività, riducendo l’interazione fisica con gli istruttori. Il tutto, con la consapevolezza che dopo la pandemia home-fitness e palestre non dovranno più essere concorrenti, ma alleati. La casa o l’outdoor diventano infatti nuovi mercati per gli operatori del fitness nell’ambito dei quali, grazie a tecnologie digitali e a prodotti connessi, possono proporre e vendere i loro servizi e i loro allenamenti.

Sarà dirimente, poi, ripensare la mobilità. Sia passando all’elettrico, sia investendo sulla micro-mobilità e nello specifico sulla mobilità attiva (ergo: nuovi spazi per pedoni e ciclabili), sia riducendo gli spostamenti grazie alla connettività digitale. È tempo, infatti, di appoggiarsi a una nuova rete di infrastrutture, garantita dall’arrivo del 5G, e di pensare a un nuovo sistema di connessione che superi quello delle attuali videoconferenze. L’industria del gaming, secondo gli esperti, potrebbe indicare il percorso da seguire. Grazie allo sviluppo di tecniche immersive, si potrebbero infatti ricreare incontri efficienti, con una comunicazione articolata anche se virtuale, arrivando al cosiddetto «digital handshake».

Nuovi materiali e tecniche di costruzione

Ma non è tutto, perché le stesse tecniche e i materiali di costruzione saranno ripensati, con nuova attenzione al ciclo di vita degli edifici che saranno progettati con tecniche 3D e visualizzazioni virtuali e adotteranno strumenti “anti-pandemici”, come sistemi di scanning all’ingresso, ventilazione e purificazione dell’aria, disinfestazione con raggi UV per il trattamento e l’igienizzazione e delle superfici, uso di materiali germorepellenti e sistemi automatici di gestione e controllo.

È necessario, dunque, dotarsi di un nuovo approccio, più collaborativo, esperienziale e solidale. «Il design – concludono gli esperti – entrerà in stretta relazione con i dati. (…) E l’architetto dovrà considerare, oltre agli spazi, l’intera esperienza di vita che in essi può svilupparsi». Con questo approccio, ambiente e comunità diventeranno quindi ecosistemi connessi tra loro, fungendo da pilastri di un nuovo modello di sviluppo. Urbanistico, ma non solo.

Silvia Pagliuca