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Energia e trasporti: cosa insegna la rivoluzione bike friendly di Copenhagen

L’Europa, e l’Italia in testa, faranno i conti ancora a lungo con la dipendenza energetica da fornitori esteri. A un mese dallo scoppio della guerra in Ucraina a tenere banco è il capitolo del gas russo e dei costi che già ricadono sulle tasche dei cittadini. Nelle ultime settimane si è tornati a parlare anche di caro carburante, con i prezzi di gasolio, benzina, metano e GPL saliti a cifre scoraggianti sia per le aziende che lavorano su gomma, sia per le famiglie. La questione, ovviamente, non può risolversi con una mera sostituzione di fornitura. L’assenza di politiche strategiche nazionali di lungo periodo svela ora il conto di scelte miopi. Non ci libereremo presto della dipendenza dall’estero, ma la circostanza attuale può essere utile per impostare un cambio di paradigma. Sulla piattaforma di notizie ed eventi di City Vision andiamo ad analizzare quelli che sono i trend che andranno a definire le città del futuro. E non per forza si ha a che fare con tecnologie all’avanguardia ed algoritmi: la storia di Copenhagen e di come ha reagito alla crisi energetica degli anni ’70 investendo sulla mobilità sostenibile – nella fattispecie sulla bicicletta – è emblematica. Una delle capitali europee delle due ruote un tempo non era molto diversa da una odierna città trafficata e piena di auto del sud Europa.

Dieci anni dopo l’avvio della motorizzazione di massa, la pianificazione urbanistica della capitale danese ha subito uno choc. La crisi, o meglio, le crisi energetiche degli anni ’70 (la prima è del 1973) hanno costretto la politica europea a tutti i livelli (dai governi fino ai comuni) a fare i conti con i temi del risparmio energetico. In Italia ricordiamo quel periodo per le domeniche a piedi e perché si iniziava a parlare di austerity. La penisola non avrebbe però tagliato i ponti con l’automobile e, difatti, oggi l’Italia è tra gli Stati più motorizzati del vecchio continente. La Danimarca ha seguito una strada diversa.

Chi arriva a Copenhagen o in qualsiasi altra città danese si rende subito conto di una differenza sostanziale del traffico urbano. Le biciclette e i ciclisti non sono una esigua minoranza in strada. «Dagli anni ’70, la città ha messo da parte i soldi ogni anno per espandere l’infrastruttura ciclabile di Copenhagen», ha spiegato Klaus Bondam, a capo dell’associazione Danish Cyclists Federation e già vicesindaco della città. In tutti questi decenni la mobilità sostenibile non è stata dunque ostaggio di ideologie e partiti, ma asset fondamentale per impostare una nuova idea di città. Anno dopo anno le classifiche rafforzano un primato che non è stato il frutto di campagne di marketing o improvvisazione: tanto per citare un numero bike friendly della città, vi basta sapere che oltre il 60% degli spostamenti per andare a scuola avviene in bicicletta. Le giovani generazioni imparano dagli adulti che, in Danimarca, hanno assorbito i benefici della bicicletta rispetto non soltanto alla qualità della vita, ma anche alla comodità dello spostarsi risparmiando sul gasolio.

Con questo curriculum Copenhagen è già una delle città modello per quanto riguarda il legame tra trasporti ed energia. Chilometri di ciclabili, ponti riservati a pedoni e ciclisti e tanti altri servizi incentivano il risparmio energetico quando si tratta di trasporti. Tra le biciclette che si stanno diffondendo ci sono anche quelle a pedalata assistita, settore di mercato dove non tutti i nodi sono stati sciolti. Ci riferiamo ovviamente alla questione batterie: la Cina è da tempo il più importante produttore al mondo. Per questo non sono poche le iniziative di Gigafactory in giro per l’Europa per erigere fabbriche in grado di costruire una supply chain europea anche nel campo della mobilità sostenibile. Così da ridurre le dipendenze dall’esterno anche quando si parla di green.

Notizia pubblicata il:

25/03/22